SMERDO, QUINDI SONO
Perché distruggere gli altri oggi rende più famosi che costruire qualcosa di proprio.
C’è un nuovo format che gira sui social come una sigaretta passata di bocca in bocca: io ti smerdo, quindi sono.
È una modalità di comunicazione precisa: prendere un prodotto, un locale, un professionista (spesso piccolo, spesso indifeso), strappargli via la dignità in pubblico e usare quel rumore per alzare la propria statura. Di solito davanti ad uno smartphone. Sempre davanti a un algoritmo.
Lo chiamano call-out, exposing, recensione senza filtri.
Io lo chiamo con il verbo giusto: smerdare.
Lo schema è semplice, quindi perfetto per i social, direi banale: prima seleziono un bersaglio (meglio se non può rispondere con la stessa potenza mediatica o, comunque, chissenefrega), gli faccio una critica iper-sicura (tono da giudice esperto, non da osservatore) e poi aggiungo umiliazione (sottotesto: “io so, tu no, io faccio giusto, tu sbagli”). Cosa ottengo? Ottengo tribù (commenti, risate, applausi, condivisioni).
Se lo smerdato reagisce, nasce la saga: dissing → contro-dissing → guerra.
E qui succede la cosa più umana del mondo: la faccenda non è più “pizza buona/pizza cattiva”. È status. È gerarchia. È “chi comanda”.
È assurdo, lo so, ma funziona per tre ragioni: una psicologica, una neuroscientifica, una algoritmica.
La psicologia: il piacere della dominanza e del “noi contro loro”
Quando attacchi il “loro”, la tua tribù (il “noi”) si compatta. E con la tribù compatta arrivano condivisioni, like, appartenenza. Si chiama meccanica sociale. Studi su contenuti ostili mostrano che questo tipo di comunicazione tende a generare più engagement.
La neuroscientifica: la negatività è più “appiccicosa”
Il cervello è programmato per notare il pericolo prima del piacere: la negatività cattura attenzione e memoria più facilmente. Nel mondo online, questa predisposizione si intreccia con l’indignazione morale che si diffonde per imitazione sociale: vedo rabbia, imparo a esprimerla, la replico. È un contagio, non un ragionamento.
L’algoritmo: non premia il valore, premia la reazione
Molti sistemi di raccomandazione inseguono segnali misurabili (tempo, commenti, click, replay). Il problema è che la rabbia produce segnali fortissimi. E la piattaforma, come un croupier, non si chiede se stai vincendo o perdendo: si chiede solo se stai giocando.
E quindi sì: ci piace guardarlo. Perché è facile. Perché ci solleva dal dubbio. Perché ci dà un colpevole. Perché ci fa sentire dalla parte dei “furbi”.
Perché dentro è intrattenimento. E l’intrattenimento migliore è sempre stato lo stesso: caduta pubblica, risata privata.
È lo stesso carburante del gossip, delle faide rap: solo più quotidiano, più accessibile, più vigliacco.
E poi c’è una droga sottile: sentirsi competenti senza diventarlo.
Guardare qualcuno che smerda ti dà l’illusione di aver “imparato” qualcosa, mentre hai solo assistito a un’esecuzione.
Mi chiedo fino a che punto sia giusto farlo. Qui bisogna essere adulti: sì, c’è tanta incompetenza in giro.
Sì, a volte la critica è perfino fondata. Ma “fondato” non significa “utile”.
La differenza è critica (che può migliorare la realtà) e smerdata (che serve a migliorare l’immagine di chi la fa).
Lo smerdatore usa l’incompetenza altrui come stampella identitaria. E spesso lo fa perché non riesce a produrre una cosa più difficile: un’idea sua.
E lo smerdato? Di rado cresce. Quasi sempre si vergogna, reagisce con rabbia e, se può, si vendica. Lo “smerdato”, ferito nell’identità, risponde con lo stesso linguaggio, perché il cervello sotto minaccia non cerca la verità: cerca riparazione dello status.
Nel lungo periodo, questa moda non genera competenza: genera cinismo.
Lo smerdato non cresce perché la vergogna pubblica raramente produce apprendimento. Produce difesa. E la difesa produce rigidità. La persona o il brand colpito tende a chiudersi, non ad aprirsi.
Invece lo smerdatore si consuma perché se la tua cifra è la demolizione, ogni settimana devi demolire qualcosa di più grosso, di più scandaloso, di più cattivo. È un’escalation. E a forza di alzare il volume, diventi caricatura di te stesso.
In più, c’è un dettaglio psicologico che il pubblico registra (anche se non lo dice):
“Se lo fa agli altri, può farlo anche a me.”
La fiducia muore così: non con un tradimento, ma con mille piccole prove di slealtà.
Faccio notare una cosa: l’incapacità dello smerdatore è spesso reale quanto quella dello smerdato. Lo smerdato può essere incompetente nel prodotto/servizio. Ma lo smerdatore è incompetente nella costruzione di valore: sa solo reagire.
È un duello tra povertà diverse: povertà tecnica vs povertà creativa.
E l’algoritmo, come un sadico educatore, premia entrambe finché generano rumore.
Lo smerdare è una scorciatoia. E tutte le scorciatoie hanno lo stesso difetto: ti portano da qualche parte, ma non ti rendono capace di rifare la strada.
La critica che serve è una cosa impopolare: richiede tempo, competenza e la capacità di non sentirsi Dio per 30 secondi.
Il resto è cabaret.
E il cabaret, dopo un po’, annoia. Anche quando fa ridere.

